Certo, soffrirà come tutti: vedrà la morte di sua madre, del suo grande amico e della ragazza, che rappresenta il rovescio della sua medaglia; inquieta, corrotta, irresponsabile, superficiale, dannosa, ma, si scoprirà, madre del figlio di Forrest. Alla fine rimane col suo bambino. Nella prima sequenza del film una piuma volteggia nell’aria e va a posarsi su un piede di Forrest, e nell’ultima il vento se la riporta via: Forrest Gump è ormai diventato grande.

E se un paio di espedienti narrativi suonano un pò artificiosi (la confessione da parte del piccolo protagonista dei suoi delitti registrata da una telecamera, la vera identità del commissario)il film procede serrato verso la sua rivelazione finale, ribaltando i ruoli di vittime e carnefici. A Felice Farina e ai suoi sceneggiatori va il merito di avere orchestrato abilmente questa vicenda di turbamenti infantili e ferite rimosse indagando,con una disinvoltura che ha pochi precedenti nel nostro cinema, nelle zone d’ombra di una innocenza violata. Non è arduo ipotizzare che deve essere stata questa visione poco conciliante e socialmente sgradevole dell’infanzia e della famiglia a paralizzare l’uscita del film, che è stato tenuto in naftalina per più di cinque anni prima di venire mostrato al pubblico.

Successivamente, conoscerà Quentin Tarantino che lo imporrà come voce radiofonica nel film Le iene (1992) con Harvey Keitel e nel suo capolavoro Pulp Fiction (1994) con John Travolta, dove vestirà i panni di Roger, il capellone che muore quasi all’inizio del film, freddato al volto da Samuel L. Jackson. Partecipa anche a Vado a vivere a New York (1993) con Kathleen Turner e The Last Days of Disco (1998).

Il ragazzo finir con il cadere in un intricato triangolo amoroso con la moglie e la figlia del socio d del padre. Mrs Robison (la meravigliosa Anne Bancroft), moglie del socio del padre di Benjamin Braddock (Dustin Hoffman), innesca con questo neo laureato una relazione celata a tutti, per ovviare ad un annoso problema: la noia. Sound of silence domina i rapporti tra i personaggi e lo scarto [.].

Remake “attualizzato” di un classico degli anni 60′ (si passa dalla guerra in Corea a quella dell’Iraq e dai burattinai comunisti a più attuali manager avidi di una multinazionale, mentre Denzel Washington prende il posto che fu di Frank Sinatra), il film ondeggia per due ore e venti tra alti e bassi. I primi sono rappresentati dalla gigantesca performance di una Meryl Streep in fase di grazia, mefistofelica, cinica, feroce, pronta a perpetrare ogni nefandezza ma sempre col sorriso sulle labbra (la madre.) e di un altrettanto efficace Liev Schreiber, ulteriore esempio di quanti e quanto bravi siano i caratteristi americani (il figlio.), anche se è tutto il cast, ad essere affiatato e, guarda un po’, credibile. Sul fronte negativo, a parte l’eccessiva lunghezza, dovuta alla insistita ridondanza di alcune sequenze (l’impianto del chip, la trappola in Iraq, i continui flashback/incubi di cui soffre il protagonista), non si può non notare l’involontario umorismo di alcune scene (come i momenti durante i quali la vittima è fatta oggetto di controllo da parte dei suoi manovratori, che ricordano non poco le tragicomiche sedute di ipnosi pubblica che Giucas Casella proponeva nelle passate edizioni di Domenica In.